Dal cuore dell'oratorio, al cuore dei ragazzi

Storia dell’Oratorio

8 dicembre 1841 L’incontro con Bartolomeo: nasce il 1° Oratorio Don Bosco

Il giorno solenne dell’Immacolata Concezione di Maria, ero in atto di vestirmi dei sacri paramenti per celebrare la Santa Messa.
Il chierico di sacrestia, Giuseppe Comotti, vedendo un giovanetto in un canto, lo invitò a venirmi a servire la Messa.
– Non so – gli rispose mortificato.
– Vieni – replicò l’altro, – voglio che tu serva
Messa –
– Non so, non l’ho mai servita –.

– Bestione che sei! – disse il sacrestano furioso – se non sai servire Messa, perché vieni in  sacrestia? – ciò dicendo impugna la pertica dello spolverino e giù colpi sulle spalle e sulla  testa di quel poveretto.
Mentre l’altro se la dava a gambe:
– che fate? – gridai ad alta voce – perché lo picchiate? –.
– Perché viene in sacrestia e non sa servir Messa –
– Avete fatto male –.
– A lei che importa? –.
– È un mio amico. Chiamatelo subito, ho bisogno di parlare con lui – il ragazzo torna mortificato. Ha capelli rapati, la giacchetta sporca di calce. Un giovane immigrato. Probabilmente i suoi gli hanno detto: “Quando sarai a Torino, vai alla Messa”. Lui è venuto, ma non si è sentito di entrare nella chiesa tra la gente ben vestita. Ha provato a entrare nella sacrestia, come gli uomini e i giovanotti usano fare in tanti paesi di campagna. “Gli domandai con amorevolezza”:
– hai già ascoltato la Messa? –.
– No –.
– Vieni ad ascoltarla. Dopo ho da parlarti di un affare che ti farà piacere –.
Me lo promise. Celebrata la Messa e fatto il ringraziamento, lo condussi in un coretto, e con faccia allegra gli parlai: – mio buon amico, come ti chiami? –.
– Tromlin, Bartolomeo Garelli –.
– Di che paese sei? –.
– Di Asti –.
– Che mestiere fai? –.
– Il muratore –.
– Bestione che sei! – disse il sacrestano furioso – se non sai servire Messa, perché vieni in sacrestia? – ciò dicendo impugna la pertica dello spolverino e giù colpi sulle spalle e sulla testa di quel poveretto.
Mentre l’altro se la dava a gambe:
– che fate? – gridai ad alta voce – perché lo picchiate? –.
– Perché viene in sacrestia e non sa servir Messa –
– Avete fatto male –.
– A lei che importa? –.
– È un mio amico. Chiamatelo subito, ho bisogno di parlare con lui – il ragazzo torna mortificato. Ha capelli rapati, la giacchetta sporca di calce. Un giovane immigrato. Probabilmente i suoi gli hanno detto: “Quando sarai a Torino, vai alla Messa”. Lui è venuto, ma non si è sentito di entrare nella chiesa tra la gente ben vestita. Ha provato a entrare nella sacrestia, come gli uomini e i giovanotti usano fare in tanti paesi di campagna. “Gli domandai con amorevolezza”:
– hai già ascoltato la Messa? –.
– No –.
– Vieni ad ascoltarla. Dopo ho da parlarti di un affare che ti farà piacere –.
Me lo promise. Celebrata la Messa e fatto il ringraziamento, lo condussi in un coretto, e con faccia allegra gli parlai: – mio buon amico, come ti chiami? –.
– Tromlin, Bartolomeo Garelli –.
– Di che paese sei? –.
– Di Asti –.
– Che mestiere fai? –.
– Il muratore –.

– È vivo tuo papà? –.
– No, è morto –.
– E tua mamma? –.
– È morta anche lei –.
– Quanti anni hai? –.
– Sedici –.
– Sai leggere e scrivere? –.
– No –.
– Sai cantare? – il giovinetto, asciugandosi gli occhi, mi fissò in viso quasi meravigliato e rispose: – no –.
– Sai fischiare? – Bartolomeo si mise a ridere. Era ciò che volevo. Cominciavamo ad essere amici.
– Hai fatto la prima Comunione? –.
– Non ancora –.
– E ti sei già confessato? –.
– Sì, quando ero piccolo –.
– E vai al catechismo? –.
– Non oso. I ragazzi più piccoli mi prendono in giro –.
– Se ti facessi un catechismo a parte, verresti ad ascoltarlo? –.
– Molto volentieri –.
– Anche in questo posto? –.
– Purché non mi diano delle bastonate! –.
– Stai tranquillo, ora sei mio amico, e nessuno ti toccherà; quando vuoi che cominciamo? –.
– Quando a lei piace –.
– Anche subito? –.
– Con piacere –.
Don Bosco si inginocchia e recita un’Ave Maria.
Quarantacinque anni dopo ai suoi Salesiani dirà: “tutte le benedizioni piovuteci dal cielo sono frutto di quella prima Ave Maria detta con fervore e retta intenzione”.
Finita l’Ave Maria, Don Bosco si fa il segno di croce “per cominciare”, ma si accorge che Bartolomeo non lo fa, o meglio fa un gesto che ricorda solo vagamente il segno della croce. Allora, con dolcezza, glielo insegna bene. E gli spiega in dialetto (sono artigiani tutti e due) perché chiamiamo Dio “Padre”. Alla fine gli dice:
– Vorrei che venissi anche domenica prossima, Bartolomeo –.
– Volentieri –.
– Ma non venire solo, porta con te dei tuoi amici –.
Bartolomeo Garelli, muratorino di Asti, fu il primo ambasciatore di Don Bosco tra i giovani del suo quartiere. Raccontò l’incontro con il prete simpatico “che sapeva fischiare anche lui”, e riferì il suo invito.
Tre giorni dopo era domenica. Nella sacrestia entrarono in nove. Non venivano “alla chiesa di San Francesco di Assisi”… cercavano Don Bosco.
Nel 1841, in San Francesco d’Assisi, il giovanissimo Don Bosco inizia così il suo Oratorio. La sua preoccupazione principale diventano quei ragazzi, sbandati e senza famiglia, li vedeva “umiliati fino alla perdita della propria dignità”.
Quando Don Bosco avvicina Bartolomeo Garelli non è per invitarlo a giocare o a saltare, ma: “vieni ad ascoltare la Messa, dopo avrò da parlarti di un affare che ti farà piacere”. Il dopo è una chiacchierata amichevole, in cui Don Bosco sembra gettare frasi allegre, mentre invece le sue domande, ben esaminate, sono un test attento su famiglia, scuola e Chiesa. Adesso diremo le tre “agenzie” che dovrebbero collaborare nella crescita di questo ragazzo. E scopre con dispiacere che “papà e mamma sono morti”, “non so né leggere né scrivere”, “non ho fatto la prima Comunione e non vado al catechismo”.

E Don Bosco, subito, senza attendere un istante, gli offre l’essenziale del suo Oratorio: la  recita di una Ave Maria e una lezione di catechismo.
Immediatamente dopo per Bartolomeo arrivano i giochi, le passeggiate, le corse, le lotterie, la distribuzione di dolci, la proposta di una scuola domenicale e serale. Ma al centro di tutto rimangono e rimarranno sempre nell’Oratorio di Don Bosco la Preghiera, la Confessione, la Comunione.
La parola “Oratorio”, presso Don Bosco, ha tutto il suo significato: un luogo dove prima di tutto si prega. E il programma che Don Bosco ripeterà fino a scolpirlo nella testa dei suoi salesiani è condensato nelle quattro parole che rimangono come pietre fondamentali della sua opera: “noi cerchiamo di fare di questi ragazzi onesti cittadini e buoni cristiani”.

12 aprile 1846 Pasqua di Risurrezione: l’Oratorio arriva a Valdocco

Don Bosco usa molta attenzione ma anche molta decisione nell’allontanare dall’Oratorio quei giovani e addirittura quegli aiutanti che possono fare del male ai suoi giovani. Non esita ad un certo punto a rimanere quasi solo con la turba dei suoi ragazzi, con un lavoro immane. Ma non vuole nessuno che rovini la sua meta: onesti cittadini e buoni cristiani (S.G.B. Memorie, p.185 seg.).

Dal 1844 al 1846 Don Bosco è cappellano in uno degli istituti della marchesa di Barolo, al Rifugio, nel 1844, ha inizio un vero e proprio Oratorio, con cappella propria e altre attività; nel 1845 si apre l’ospedaletto di S. Filomena, occupando i locali dell’Oratorio. Don Bosco incomincia il suo pellegrinaggio: S. Pietro in Vincoli, i Molini Dora, casa Moretta, il prato Filippi sono le tappe di un esodo giovanile che finirà nella Pasqua del ’46. Quando Don Bosco, sfrattato da tutti, riesce a trovare nel lombardo Francesco Pinardi l’ultima persona che si fida di lui, e che è disposta ad affittargli un terreno, Don Bosco per fare l’Oratorio gli chiede: “una piccola chiesa per radunare dei ragazzi”. La tettoia che Pinardi gli offre gli va bene solo se verrà “scavata, fornita di gradini, con pavimento diverso”, cioè se servirà per radunare i giovani attorno ad un altare. Solo dopo che avrà risolto questa questione fondamentale, Don Bosco chiede di affittare anche il prato intorno per fare giocare i ragazzi (Memorie, p. 139). E i ragazzi, dopo una lunga giornata di lavoro, vengono a dare una mano a Don Bosco a preparare l’Oratorio: non a spianare il prato, non a tracciare righe, ma a costruire la loro chiesa.

Così l’Oratorio crebbe raccogliendo ragazzi che venivano da tutte le parti della città, attirati da quel prete che “gioca con i giovani” ma anche dai racconti che questi facevano tra di loro; nell’Oratorio che Don Bosco ha fondato a Valdocco c’era una folla di 500 ragazzi.

Da solo non ce la faceva a badare a tutti. Un ministro del governo, Urbano Rattazzi, gli dirà: – “Se lei venisse a mancare, che ne sarebbe della sua opera? Si scelga alcuni laici ed ecclesiastici di fiducia, e formi con loro una società” –. Don Bosco ci stava pensando da tempo, ma non sceglierà come aiutanti degli adulti, punterà sui migliori dei suoi allievi. Michelino Rua, così intelligente e laborioso, presto gli darà una mano.

Ma Don Bosco non smetteva mai di pensare anche a possibili ampliamenti, importanti furono a tal proposito gli ultimi vent’anni della sua vita, a cominciare dalla costruzione della basilica di Maria Ausiliatrice. Questo periodo fu però anche quello di maggiore crisi: dal 1865 al 1869 i giovani dell’Oratorio si ridussero ad uno sparuto numero, gran parte dell’area a loro destinata venne occupata dall’edificio della Basilica e dal deposito dei materiali che il cantiere richiedeva. Terminati i lavori, Don Bosco si accorse di averli trascurati troppo e destinò l’ampia sacrestia a ponente per le attività a favore degli esterni. La striscia di terreno accanto alla basilica, sgombrata dal materiale da costruzione, diventò il cortile; nel 1880 aggiungerà il terreno di 2015 mq con annesso una casetta che per diversi anni funzionerà da sede.

Questo spazio verrà ulteriormente ampliato ed integrato con l’aggiunta di Casa Bellezza. Solo con don Rua, comperata casa Carosso e proprietà Ricossa, l’Oratorio si stabilirà nell’attuale sito.

Ai suoi eredi, insieme ad una miriade di altre opere, Don Bosco lasciò una dimensione fondamentale per l’attività giovanile, un aspetto che aveva dato i suoi frutti ma che era ancora molto da esplorare: l’Oratorio

festivo. Era il segno tangibile del suo amore per i fanciulli, ma anche una strada da battere densa di significati e di potenzialità e di problemi: caratteriali, comportamentali, spirituali e materiali. Erano problemi che certo avevano preoccupato Don Bosco quando affidò, nel 1884 a don Giuseppe Pavia l’incarico di direttore dell’Oratorio festivo. Pavia era stato compagno del fondatore nel raggiungimento degli obiettivi prefissati, forte di una cieca fiducia nella preghiera e nella Provvidenza; era entrato a far parte dell’Oratorio salesiano nel 1865, aveva

aderito alla congregazione nel 1873 e tre anni dopo era stato ordinato sacerdote. Don Pavia fu direttore fino al 1915, durante gli anni in cui visse all’Oratorio impartì ai suoi ragazzi un’educazione religiosa più approfondita,

ripristinando un metodo più strettamente catechistico; la spiegazione del Vangelo dopo la Messa domenicale o festiva fu per don Pavia un impegno che non volle mai cedere ad altri, parlava quasi sempre in piemontese e

cominciava con due invariabili parole: – Mè cari fioi – e i giovani lo ascoltavano a bocca aperta, immobili, e pur riconoscendo che le cose le avevano già udite altre volte, vi trovavano ogni domenica una cosa nuova: il fresco

e convinto fervore religioso. Non dimenticò però che la Parola di Dio doveva passare anche per le porte delle scuole e delle officine; nel 1906 inoltre vide la luce il circolo sportivo Valdocco che offriva ai suoi atleti la possibilità di seguire regolari allenamenti. Nel 1906, su interessamento di don Rinaldi, nasceva anche il Circolo Giovanile Cattolico Auxilium; erano anni difficili, il socialismo avanzava travolgente, anche tra i giovani dell’Oratorio vi erano molti che passavano ai circoli socialisti affascinati da quella nuova prorompente chimera. I mezzi usati fino allora per trattenere o limitare le assenze non bastavano più; venne così l’idea di un circolo cattolico, era forse il primo circolo in Piemonte, quasi sicuramente il primo di Torino, don Rinaldi, allora prefetto dei Salesiani, pose come nome quello di “Auxilium”, perché fosse sotto la protezione dell’Ausiliatrice. L’idea di un circolo cattolico ebbe subito fautori e diffidenti; gli effetti di questa nascita si riscontrarono

in breve tempo: il numero di coloro che frequentavano l’Oratorio aumentò gradatamente finché nel giro di una decina d’anni nacquero dapprima la Ginnastica Valdocco e poi, con l’appoggio dello stesso don Pavia, la “Sezione     istica Valdocco”. Ma la vera impronta che distingueva i circoli nati a Valdocco dai vari circoli cattolici che sarebbero nati in quegli stessi anni fu che c’era un profondo legame tra l’anima dell’Oratorio e l’anima del circolo, entrambi eredi dello spirito genuino del loro grande padre, Don Bosco. Il 14 luglio del 1915, inaspettatamente, don Pavia morì dopo 63 anni dedicati all’Oratorio, prima come fanciullo, poi come seminarista

ed infine come direttore; giusto in tempo per non piangere la perdita di molti dei ragazzi che aveva cresciuto. La Grande Guerra, infatti, era ormai alle porte.

Don Bosco usa molta attenzione ma anche molta decisione nell’allontanare dall’Oratorio quei giovani e addirittura quegli aiutanti che possono fare del male ai suoi giovani. Non esita ad un certo punto a rimanere quasi solo con la turba dei suoi ragazzi, con un lavoro immane. Ma non vuole nessuno che rovini la sua meta: onesti cittadini e buoni cristiani (S.G.B. Memorie, p.185 seg.).Dal 1844 al 1846 Don Bosco è cappellano in uno degli istituti della marchesa di Barolo, al Rifugio, nel 1844, ha inizio un vero e proprio Oratorio, con cappella propria e altre attività; nel 1845 si apre l’ospedaletto di S. Filomena, occupando i locali dell’Oratorio. Don Bosco incomincia il suo pellegrinaggio: S. Pietro in Vincoli, i Molini Dora, casa Moretta, il prato Filippi sono le tappe di un esodo giovanile che finirà nella Pasqua del ’46. Quando Don Bosco, sfrattato da tutti, riesce a trovare nel lombardo Francesco Pinardi l’ultima persona che si fida di lui, e che è disposta ad affittargli un terreno, Don Bosco per fare l’Oratorio gli chiede: “una piccola chiesa per radunare dei ragazzi”. La tettoia che Pinardi gli offre gli va bene solo se verrà “scavata, fornita di gradini, con pavimento diverso”, cioè se servirà per radunare i giovani attorno ad un altare. Solo dopo che avrà risolto questa questione fondamentale, Don Bosco chiede di affittare anche il prato intorno per fare giocare i ragazzi (Memorie, p. 139). E i ragazzi, dopo una lunga giornata di lavoro, vengono a dare una mano a Don Bosco a preparare l’Oratorio: non a spianare il prato, non a tracciare righe, ma a costruire la loro chiesa.Così l’Oratorio crebbe raccogliendo ragazzi che venivano da tutte le parti della città, attirati da quel prete che “gioca con i giovani” ma anche dai racconti che questi facevano tra di loro; nell’Oratorio che Don Bosco ha fondato a Valdocco c’era una folla di 500 ragazzi.Da solo non ce la faceva a badare a tutti. Un ministro del governo, Urbano Rattazzi, gli dirà: – “Se lei venisse a mancare, che ne sarebbe della sua opera? Si scelga alcuni laici ed ecclesiastici di fiducia, e formi con loro una società” –. Don Bosco ci stava pensando da tempo, ma non sceglierà come aiutanti degli adulti, punterà sui migliori dei suoi allievi. Michelino Rua, così intelligente e laborioso, presto gli darà una mano.Ma Don Bosco non smetteva mai di pensare anche a possibili ampliamenti, importanti furono a tal proposito gli ultimi vent’anni della sua vita, a cominciare dalla costruzione della basilica di Maria Ausiliatrice. Questo periodo fu però anche quello di maggiore crisi: dal 1865 al 1869 i giovani dell’Oratorio si ridussero ad uno sparuto numero, gran parte dell’area a loro destinata venne occupata dall’edificio della Basilica e dal deposito dei materiali che il cantiere richiedeva. Terminati i lavori, Don Bosco si accorse di averli trascurati troppo e destinò l’ampia sacrestia a ponente per le attività a favore degli esterni. La striscia di terreno accanto alla basilica, sgombrata dal materiale da costruzione, diventò il cortile; nel 1880 aggiungerà il terreno di 2015 mq con annesso una casetta che per diversi anni funzionerà da sede.Questo spazio verrà ulteriormente ampliato ed integrato con l’aggiunta di Casa Bellezza. Solo con don Rua, comperata casa Carosso e proprietà Ricossa, l’Oratorio si stabilirà nell’attuale sito.
Ai suoi eredi, insieme ad una miriade di altre opere, Don Bosco lasciò una dimensione fondamentale per l’attività giovanile, un aspetto che aveva dato i suoi frutti ma che era ancora molto da esplorare: l’Oratoriofestivo. Era il segno tangibile del suo amore per i fanciulli, ma anche una strada da battere densa di significati e di potenzialità e di problemi: caratteriali, comportamentali, spirituali e materiali. Erano problemi che certo avevano preoccupato Don Bosco quando affidò, nel 1884 a don Giuseppe Pavia l’incarico di direttore dell’Oratorio festivo. Pavia era stato compagno del fondatore nel raggiungimento degli obiettivi prefissati, forte di una cieca fiducia nella preghiera e nella Provvidenza; era entrato a far parte dell’Oratorio salesiano nel 1865, avevaaderito alla congregazione nel 1873 e tre anni dopo era stato ordinato sacerdote. Don Pavia fu direttore fino al 1915, durante gli anni in cui visse all’Oratorio impartì ai suoi ragazzi un’educazione religiosa più approfondita,ripristinando un metodo più strettamente catechistico; la spiegazione del Vangelo dopo la Messa domenicale o festiva fu per don Pavia un impegno che non volle mai cedere ad altri, parlava quasi sempre in piemontese ecominciava con due invariabili parole: – Mè cari fioi – e i giovani lo ascoltavano a bocca aperta, immobili, e pur riconoscendo che le cose le avevano già udite altre volte, vi trovavano ogni domenica una cosa nuova: il frescoe convinto fervore religioso. Non dimenticò però che la Parola di Dio doveva passare anche per le porte delle scuole e delle officine; nel 1906 inoltre vide la luce il circolo sportivo Valdocco che offriva ai suoi atleti la possibilità di seguire regolari allenamenti. Nel 1906, su interessamento di don Rinaldi, nasceva anche il Circolo Giovanile Cattolico Auxilium; erano anni difficili, il socialismo avanzava travolgente, anche tra i giovani dell’Oratorio vi erano molti che passavano ai circoli socialisti affascinati da quella nuova prorompente chimera. I mezzi usati fino allora per trattenere o limitare le assenze non bastavano più; venne così l’idea di un circolo cattolico, era forse il primo circolo in Piemonte, quasi sicuramente il primo di Torino, don Rinaldi, allora prefetto dei Salesiani, pose come nome quello di “Auxilium”, perché fosse sotto la protezione dell’Ausiliatrice. L’idea di un circolo cattolico ebbe subito fautori e diffidenti; gli effetti di questa nascita si riscontraronoin breve tempo: il numero di coloro che frequentavano l’Oratorio aumentò gradatamente finché nel giro di una decina d’anni nacquero dapprima la Ginnastica Valdocco e poi, con l’appoggio dello stesso don Pavia, la “Sezione     istica Valdocco”. Ma la vera impronta che distingueva i circoli nati a Valdocco dai vari circoli cattolici che sarebbero nati in quegli stessi anni fu che c’era un profondo legame tra l’anima dell’Oratorio e l’anima del circolo, entrambi eredi dello spirito genuino del loro grande padre, Don Bosco. Il 14 luglio del 1915, inaspettatamente, don Pavia morì dopo 63 anni dedicati all’Oratorio, prima come fanciullo, poi come seminaristaed infine come direttore; giusto in tempo per non piangere la perdita di molti dei ragazzi che aveva cresciuto. La Grande Guerra, infatti, era ormai alle porte.

1915-1950 Gli anni delle guerre e quelli della ricostruzione

Gli successero: don G. Aimerito e poi don G. De Martin in un periodo particolarmente difficile. L’Italia entra in guerra ed anche molti giovani dell’Oratorio partono per il fronte.

Al movimento dei soldati verso il Veneto si contrappone l’esodo dei civili verso terre più tranquille. Il Piemonte e le sue prime fabbriche accolgono gli emigrati con uno sviluppo consistente dei centri urbani, non adeguati alla circostanza.

Occorrono nuovi spazi, e nella periferia torinese sorgono nuovi oratori: S. Paolo, Monterosa. Per contenere l’esuberanza di tanti ragazzi nascono i primi raggruppamenti sportivi e di interesse culturale.

Il 23 maggio 1920 sulla piazza antistante la Basilica di Maria Ausiliatrice viene inaugurato il monumento a Don Bosco.

Nel decennio successivo la guida dell’Oratorio passa a don U. Lunati e dopo a don E. Carletti: sono anni di intenso sviluppo, forieri di iniziative a carattere caritativo e missionario.

Causa gli ostacoli del nascente regime fascista tutta l’attività sportiva, culturale, catechistica e religiosa doveva svolgersi all’interno dell’Oratorio alla cui direzione si susseguirono don Manfrino e don Giacomuzzi coadiuvati dagli assistenti associativi tra cui diversi animatori laici adulti.

Nel 1933 il Capitolo Superiore approvava un progetto dell’architetto Valotti che comprendeva il teatrino, l’ingresso centrale ed alcuni dei locali che sono parte della sistemazione definitiva che dovrà realizzarsi nell’ampio tratto di terreno che corre lungo via Salerno.

Nel 1934 Don Bosco viene proclamato “Santo” e il 1° Oratorio è lì unito e presente per acclamare e pregare il suo papà, al canto – Don Bosco ritorna, tra i giovani ancor… –.

Dal 1936 al 1942 direttore dell’Oratorio è don Salvatore Foti, Torino si appresta a divenire una grande città e l’Oratorio è un continuo laboratorio di iniziative; anche l’attività serale assume importanza e l’associazione Auxilium comincia a crescere in tutto il suo splendore, la numerosa forza degli iscritti sta nell’abbondante massa offerta ed educata dall’Oratorio.

Nel 1942 è direttore dell’Oratorio don Zanotto e lo dirige con scrupolosità ed oculatezza; sull’Italia intera incombe la sciagura della seconda guerra mondiale, molti giovani oratoriani vengono richiamati sotto le armi. I bombardamenti si susseguono ai bombardamenti e Torino, per la sua posizione strategica e per le sue fabbriche, è una delle città più devastate del Nord.

Nel 1951 don Cocco parte missionario per il Venezuela e fonda la missione di S. Maria de los Guaicas dove si fa apprezzare per la sua attività a favore degli indios Yanomami e per alcuni studi sui loro usi e costumi. Anche don Zanotto viene trasferito a Saluzzo e lascia il suo posto a don A. Mosca che mira a rafforzare lo sviluppo interiore dei ragazzi con una catechesi appropriata. È questo forse il periodo in cui le parole “casa che accoglie” meglio individuano l’opera sociale ed evangelica che l’Oratorio ha compiuto all’interno del suo territorio; nelle aule del catechismo trovarono ospitalità le famiglie dei disastrati che sotto i bombardamenti avevano perso tutto, in quelle stesse aule i loro figli sognarono e immaginarono la futura società che li avrebbe fatti crescere.

Anche il complesso salesiano di Valdocco nel febbraio 1943 viene bombardato: la Basilica di Maria Ausiliatrice è colpita da alcuni spezzoni incendiari che per fortuna (o intercessione del Fondatore) non la danneggiano gravemente.

Per gli adulti l’Oratorio diventa un luogo di solidarietà nella sofferenza e nella desolazione circostante, un luogo dove chiunque, bisognoso, viene accolto con fraternità.

Gli anni ’46/60 furono anni di vera rifioritura per l’Oratorio e nel ’46 viene nominato sindaco della città l’ing. Anselmetti, exallievo dell’Oratorio. Riprendono le attività sportive con i tornei di calcio interoratoriani ed inizia a diffondersi il Basket, riprendono le recite teatrali e la scuola di musica con la Banda Cardinal Cagliero, riprendono anche le attività catechistiche e formative.

Il 7 marzo del ’48 Alcide De Gasperi visita l’Oratorio. Nella sciagura del Grande Torino a Superga muore Guglielmo Gabetto, socio dell’Auxilium.

1950-1985 Gli anni del rinnovamento sociale

A don Mosca succede don F. Baracco che avvia la colonia estiva dei giovanotti dell’Auxilium presso il Forte di S. Chiara, e poi don M. Casalis, don L. Patron, don A. Agnelet che danno impulso all’opera sociale ed evangelica dell’Oratorio sul territorio, in stretta collaborazione con la parrocchia di Maria Ausiliatrice.

Gli anni ’60, ’70 e ’80 furono gli anni in cui le trasformazioni sociali non mancarono di riproporsi anche nella vita oratoriana: il boom economico richiamò a Torino molti lavoratori di altre regioni, con abitudini e modi di vivere diversi. Per offrire ai lavoratori ed ai pensionati un servizio che soddisfacesse i nuovi bisogni l’Unione Exallievi apre il proprio salone anche al pomeriggio; nasce “La Voce di Valdocco” il giornalino notiziario e si rafforza l’apertura nel quartiere.

Per i giovani si profilano gli impegni nel “politico” e nel “sociale”. Stimolati dalla lettera episcopale del Cardinal Pellegrino “Camminare Insieme” e sotto la guida del direttore don Gianni Cattane l’Oratorio si ripopola e si cerca di sensibilizzare le famiglie della zona ad una maggiore partecipazione alla vita parrocchiale ed ai problemi delle famiglie in difficoltà. Questi sono anche gli anni della contestazione giovanile, insofferente al paternalismo degli adulti, del modo di gestire le strutture scolastiche e sociali, che mette in crisi il rapporto padri-figli. Anche a Valdocco nascono alcuni attriti tra giovani troppo innovatori ed adulti più realisti.

L’Oratorio si anima sempre più di nuovi giovani, e sotto la spinta sportivo/formativa di don Borgogno nasce, nell’ambito dell’Auxilium, l’Ente di promozione: “Polisportive Giovanili Salesiane”, che nel tempo raggiungerà riconoscimenti sportivi in tutta Italia.

Le squadre di Valdocco assurgono a livelli apprezzabili con le partecipazioni ai tornei di Lugano, Roma ed i nazionali P.G.S. a La Spezia.

Si riaffacciano pure gli scouts che animano la vita nei cortili.

Nel 1975 l’attenzione del popolo di Dio viene richiamato sulla missionarietà della Chiesa nel tentativo di arginare il permissivismo laico che ha lasciato passare le leggi sul divorzio e sull’aborto.

Dal 1976 al 1982 don Vincenzo Marrone subentra a don Gianni Cattane e darà concretezza al Centro Giovanile Valdocco, assecondando la tendenza dei giovani che ricusano l’associazionismo ad azioni sociali concrete, in modo da responsabilizzarli nei confronti dei ragazzi più piccoli.

Nel 1979 l’obiettivo che l’Oratorio si prefigge è quello di essere ben disposto verso le famiglie della zona nella condivisione dei momenti critici, per riproporre al territorio gli antichi valori cristiani della Fede, della Speranza e della Carità, in tutte le sue forme; fare dell’Ottimismo la sua bandiera. In questo impegno diventano una concreta testimonianza i volontari della Conferenza di San Vincenzo.

Il 1980 porta un grave lutto alla famiglia salesiana: muore don Cocco; Grugliasco, suo paese natale, gli dedica una piazza ed un monumento.

La visita del Papa a Valdocco porta entusiasmi nuovi; i giovani attorno a Lui ed al monumento di Don Bosco sono un giusto messaggio di speranza.

La novità più importante del 1981 è l’inserimento ufficiale della donna adulta nell’Oratorio; sono diverse le mogli o le vedove che aderiscono e danno all’Oratorio, in particolari momenti, una presenza più tenera e serena.

Il nuovo vento missionario salesiano dell’Ispettoria Subalpina spira verso la Nigeria ed il direttore don Vincenzo parte per Akure: il suo saluto invita tutto l’Oratorio a considerare la sua scelta non un fatto personale, ma un frutto della Comunità; chiede quindi una collaborazione continua ed invita altri a seguirlo, anche solo temporaneamente, per una pausa di donazione personale ai più bisognosi.

1985-2009 Il ritorno allo spirito di famiglia dell’Oratorio

Il posto di don Vincenzo viene assunto per un anno da don Luciano Carrero che diverrà poi il parroco di Maria Ausiliatrice, mentre l’Oratorio passerà a don Giuliano Vettorato, prete giovane per essere più vicino ai giovani.

Quest’ultimo periodo ha visto l’Unione Exallievi prodigarsi sotto la spinta amorevole di don Natale Cignatta per una maturazione di corresponsabilità nel servizio, per comprendersi e consentire la fraternità e la solidarietà vera di cui il mondo ha tanto bisogno.

Il centenario della morte di Don Bosco (1988) vede l’Oratorio guidato da don Gianni Moriondo, promotore per testimoniare che Don Bosco è vivo in tutto il suo spirito nei salesiani d’oggi. Sospinto dal richiamo del suo cardinale, Giovanni Saldarini, l’Oratorio ha accettato il messaggio sull’impegno dei laici e si prodiga per essere un centro irroratore di fede, di serenità, di gioviale ottimismo, come ha voluto Don Bosco: – “onesti cittadini e buoni cristiani” –.

Gli anni ’90 sono stati gli anni del rilancio

1985-2009

Il ritorno allo spirito di famigliadell’Oratorio, che aveva visto un calo di presenze agli inizi del decennio; un rilancio fondato innanzitutto sulla sua originaria esperienza: essere ancora “casa che accoglie, parrocchia che evangelizza, scuola che avvia alla vita e cortile per incontrarsi da amici e vivere in allegria” (Cost. art. 40).

La famiglia entra a far parte dell’Oratorio in maniera sempre più allargata: i papà e le mamme che portano i propri figli alle lezioni di catechismo o agli allenamenti sportivi rimangono affascinati dal clima che si respira in cortile; sono tanti quelli che offrono il proprio tempo ed il proprio impegno con un servizio attivo di volontariato, a poco a poco il loro inserimento diventa totale, e l’Associazione Auxilium diventa un’associazione di genitori che si occupa e si preoccupa dell’Oratorio.

È anche un periodo di cambiamenti strutturali: il campo da calcio si abbellisce di un manto sintetico, al centro del cortile sorge un suggestivo anfiteatro, luogo principe in cui i ragazzi e i genitori si incontrano ogni pomeriggio per recitare insieme una preghiera, si diffonde tra i ragazzi il verbo “oratoriamo”, molte delle vecchie sale vengono rinnovate e sotto il porticato viene aperto un nuovo locale: baruccio Zagato.

Si rinnova l’indicazione che l’Oratorio non debba essere in primo luogo gioco, ma cortile, in cui stare insieme, facendo partecipare tutti, facendo affiorare e sviluppare le risorse che ognuno ha in sé, dal più piccolo al più grande, nella percezione e assunzione di valori. Il cortile deve essere il luogo privilegiato per incontrare e conoscere i ragazzi e le famiglie, per stringere amicizie, per suscitare confidenza; deve essere il luogo dove gli educatori possono dimostrare ai giovani di “amare ciò che loro amano”.

Nei primi anni del 2000 l’Oratorio continua il proprio cammino senza smarrire le indicazioni che si è dato: l’attenzione all’inserimento nel proprio territorio, nella chiesa locale, nella più vasta realtà salesiana.